Questo è il nostro manifesto.


E' una dichiarazione di intenti: abbiamo scelto di mettere nero su bianco le ragioni che ci hanno portato a pensare e realizzare InfiniteArea per rispondere al bisogno di fare innovazione del nostro Paese. Partiamo dall'inizio, con la storia del miracolo economico:

è l’Italia del dopoguerra che si è rialzata e ha messo le basi al benessere di generazioni attraverso guizzi creativi di imprenditori geniali che l’hanno resa un grande paese manifatturiero. Purtroppo non è un modello replicabile oggi: è in corso un cambiamento epocale negli equilibri che regolano il mondo economico e nei valori che lo governano, spesso senza una grande etica. La tecnologia accelera il processo in maniera esponenziale.  Poi ci siamo noi,

gli Italiani: molto creativi, spesso poco innovatori.

Scommettiamo sul nuovo con timidezza [1]. Sebbene innovare significhi tradurre l'intuizione in un processo industriale per trasformarla in valore tangibile, scalabile, noi preferiamo fare bricolage creativo. Siamo poco propensi a partecipare a un sistema aperto dell'innovazione [2].

Traduciamo in termini pratici: un Paese che investe troppo poco in ricerca e sviluppo [3]. Un Paese in cui il trasferimento tecnologico tra università e impresa non è sviluppato come in paesi che puntano in maniera sistematica sull'economia della conoscenza, come l'Italia dovrebbe essere. Un Paese in cui le imprese perdono competitività perché non innovano quanto sarebbe necessario. Un Paese che non premia il talento, anche se di talento sarebbe paradossalmente ricco. 

Un Paese che ha l'obbligo morale e pragmatico di arrestare la più grande emigrazione silenziosa dai tempi della guerra: giovani di pensiero, ricercatori e professionisti, partono per paesi lungimiranti che li accolgono a braccia aperte pronti a valorizzare il loro talento [4]. Quelli che rimangono, spesso da precari, chiedono ad alta voce più "meritocrazia" [5].

Non crediamo che il sistema delle start up sia una risposta sufficiente: il talento non coincide necessariamente con il desiderio di trasformarsi in startupper [6], specie in un contesto dove l'ecosistema non è maturo come altrove e la grande maggioranza delle iniziative a due anni di distanza già non esiste più [7]. Infine, un’inesorabile desertificazione di quelle aree industriali, una volta i luoghi del miracolo economico, lascia segni indelebili sul territorio [8].

E' un enorme problema. E' anche un'enorme opportunità per fare qualcosa di nuovo. Ma serve un modello diverso: noi ripartiamo dalle Imprese e dal talento.

Sappiamo come pensano gli imprenditori perché InfiniteArea è il progetto di un imprenditore, totalmente costruito con capitali privati. Ci rivolgiamo alle imprese come compratori di innovazione. Ci rivolgiamo a quei ricercatori, pensatori, inventori, ingegneri, che hanno voglia di lasciare il Paese perché il sistema, nel suo complesso, li respinge: vogliamo offrire loro un'alternativa etica e meritocratica. Pensiamo ai talenti come ai produttori di innovazione [9].

Rigenerare: l'importanza di un luogo.

Gli spazi industriali della produzione ormai anacronistica possono essere rigenerati in moderne fabbriche di valore, materiale e immateriale. Lo abbiamo fatto a casa nostra, rispettando l’ambiente; c'era una volta un capannone decadente, in tutto simile a quelle presenze incombenti che ormai rappresentano la cifra stilistica del Nord Italia. Dove c'era il cemento ora c'è un prato. Il simbolo di quello che fu diventa il paradigma di quello che si può.

Il territorio è il nostro DNA. Evolviamo, senza snaturarci.

Applicare il modello Silicon Valley a un tessuto economico radicalmente diverso per storia e cultura, dove mancano le condizioni di contesto e soprattutto gli attori in grado di attuarlo, sarebbe poco efficace e forse anche presuntuoso. L'Italia ha una vocazione: è naturale per noi assecondarla e fare tesoro della sua riconoscibilità nel mondo. Il nostro DNA è quello dell’agricoltura [10], della manifattura [11], delle scienze della vita [12] e del prossimo progetto che affonda le sue radici in una tradizione che ci rende interpreti credibili.  Nell'ambito di questo perimetro, realizziamo progetti in cui sia chiaramente identificabile una proprietà intellettuale (IP), esclusivamente B2B, in cui il digitale sia abilitante e pervasivo, con un'attenzione per l'ambiente. Puntiamo su progetti ambiziosi, che incidono su problemi reali.

Cultura d'Impresa e Progetti di Innovazione.

InfiniteArea è una piazza dell'innovazione con al centro la carlinga di un aereo. Non perché fa bello e arreda. L'aeroporto è il punto nevralgico che accoglie i viaggiatori pronti a intraprendere i loro percorsi di scoperta. L'aereo sta li al centro a ricordarci che fare innovazione significa intraprendere un viaggio e sposare la filosofia del viaggiatore, che è un esploratore tanto quanto l'imprenditore:  l'esplorazione incarna la naturale e spontanea attitudine dell’uomo a superare i propri limiti e compiere imprese.  I nostri viaggi sono Progetti di Innovazione.  Esplorare nuove rotte alla ricerca di una competitività originale è la base del nostro programma di incontri e della Cultura d'Impresa che ci siamo proposti di diffondere. 

Etica e innovazione sono gli ingredienti della nostra ricetta.

Il nostro progetto nasce con  un codice etico: crediamo in un modello di innovazione basato sul merito e la condivisione dei risultati. Non è solo una prospettiva politicamente corretta, di give back, ma una ricetta pensata per la sostenibilità e la creazione del valore. Pensiamo a InfiniteArea come a un laboratorio dove costruire e dimostrare, giorno per giorno e un passo alla volta, una ricetta per fare l'innovazione che per il nostro Paese è linfa vitale. 

 


Approfondimenti:

[1] L’Italia è un Innovatore moderato, perché rispetto alle dimensioni con cui si misura l’innovazione (fattori abilitanti, attività delle imprese, output), non eccelle in nessuna di queste. È preceduta da altri 16 Paesi europei "leader dell’innovazione" oppure "forti innovatori", come Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania e Olanda. [Fonte: European Innovation Scoreboard 2016]. 

[2] Rispetto alla media europea (100), l’Italia genera innovazione dal punto di vista dei prodotti e dei processi (+27), del marketing e della struttura organizzativa (+24), ma lo fa in casa, all’interno delle mura aziendali, adottando reparti interni e personale di R&S dedicato. È una tendenza che supera la media europea (+28), e che va a scapito del coinvolgimento di attori esterni nel percorso di sviluppo dell’innovazione (-53). Siamo un paese che divulga poco i frutti della ricerca svolti in collaborazione con partner esterni (-43) e che non capitalizza il contenuto dei brevetti e delle licenze generando flussi di ricavi all’estero (-71), sebbene questo dato sia cresciuto del 19% nel biennio 2012-14. [Fonte: European Innovation Scoreboard 2016]

[3] Secondo l’AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale) l’Italia nel 2015 ha investito in R&S 22 miliardi di euro, l’1,33% del proprio PIL. È un dato inferiore rispetto all’anno precedente (1,38%) e rispetto alla media europea (2,03%). [Fonte: http://www.airi.it/wp-content/uploads/2017/01/tab1.5.pdf]

[4] alla storica mobilità per studio/lavoro dal sud verso il nord italia, si affianca quella verso i Paesi esteri. il 49% dei laureati, infatti, si dichiara disponibile a lavorare in un altro stato europeo (era il 38% nel 2006), mentre il 35% è pronto a trasferirsi in un altro continente. [fonte: http://www.corriere.it/scuola/universita/cards/laurearsi-conviene-ma-dottori-oggi-guadagnano-meno-dieci-anni-fa/due-pronto-ad-andarsene.shtml] Secondo la classifica internazionale Gtci, Global Talent competitiveness Index, realizzata da Insead e Adecco Group su 118 Paesi, nel 2016, l’Italia, tra i paesi più industrializzati, presenta la più bassa capacità di attrarre, mantenere e far crescere talenti. A livello mondiale si piazza alla 40° posizione, superata da diversi paesi dell’Europa dell’Est e anche da Costa Rica e Barbados. L’Italia, infatti, è penalizzata soprattutto dalla legislazione del lavoro (102°), mentre la cooperazione tra lavoratore e datore di lavoro è tra i più bassi al mondo. Eppure, ci sarebbero tutti i presupposti affinchè si possa sviluppare un ecosistema aperto in grado di attrarre i talenti anche dall’estero. [Fonte: http://global-indices.insead.edu/gtci/documents/GTCI2017.pdf pagina 184]

[5] In Italia, si è più propensi a pensare che le posizioni manageriali siano attribuite più a parenti e amici, che non per meriti professionali. [Fonte: http://global-indices.insead.edu/gtci/documents/GTCI2017.pdf pagina 260] Le retribuzioni, invece, crescono, ma l’incremento dell’ultimo triennio non compensa la perdita retributiva (-23% per i triennali, -20% per i magistrali biennali) evidenziata nel quinquennio 2008-2013). [Fonte: http://www.corriere.it/scuola/universita/cards/laurearsi-conviene-ma-dottori-oggi-guadagnano-meno-dieci-anni-fa/i-vantaggi-laurea_principale.shtml]

[6] L’Italia, rispetto ai cambiamenti tecnologici in atto, mostra una bassa attitudine a saper sfruttare tali cambiamenti per trasformarli in una nuova impresa. Il Paese, infatti, in tal senso dimostra uno scarso spirito imprenditoriale [Fonte: http://global-indices.insead.edu/gtci/documents/GTCI2017.pdf pagina 77]

[7] Nel 2015, il valore della produzione media delle startup innovative italiane è pari a circa 152 mila € (+38 mila € sulla media 2014, cioè +33,42%). La metà delle startup innovative ha prodotto nel 2015 non più di 31 mila €. Peggiorato il reddito operativo complessivo: - 88 milioni di €, contro i -61 milioni del 2014. Gli indicatori di redditività ROE e ROI, invece, sono negativi. Se si considerano solo le startup in utile, tali valori sono comunque vicini allo zero. [Fonte: http://startup.registroimprese.it/report/3_trimestre_2016.pdf]

[8] Un’indagine condotta da Il Sole 24 Ore riporta che, a seguito della crisi economica del 2008, sono tra 80 e 100 mila le offerte di vendita per capannoni industriali e artigianali, immobili ad uso industriale, laboratori, terreni di pertinenza, locali adibiti a depositi o magazzini. Le regioni dove questo fenomeno è più evidente sono quelle con il più alto livello di insediamento manifatturiero: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. [Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-01-12/centomila-capannoni-vendita--151327.shtml?uuid=AB3AeCp&refresh_ce=1]

[9] Nel 2016 cresce il numero dei brevetti internazionali depositati dall’Italia (+4,5%), anche se il tasso di crescita risulta dimezzato rispetto al 2015. A livello europeo, si tratta della seconda miglior performance tra le maggiori dieci economie. Tali brevetti, tuttavia, sono relativi a settori “tradizionali”: il 38% riguarda i trasporti e include le richieste del settore automobilistico, al secondo posto troviamo il settore movimentazione (imballaggi, palette, sistemi di trasporto, containers) e, a seguire, macchinari speciali (+10%) e tecnologia medicale (+10%). [Fonte: http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2017-03-07/brevetti-scatto-dell-italia-europa-180130.php?uuid=AEvGVdj&refresh_ce=1]

[10] L’Italia è paese leader a livello mondiale nei prodotti agroalimentari di qualità: sono ben 68 quelli che, rispetto alle quote di mercato, si piazzano nelle prime tre posizioni. L’Italia, inoltre, è il primo paese al mondo per quanto concerne i prodotti “distintivi”: siamo primi nel food, con 292 tra Dop/Igp/Stg, e nel vino, con 523 Doc/Docg/Igt. Il nostro paese eccelle anche nell’ambito del biologico, infatti è seconda in Europa per superficie agricola biologica (con una crescita nel 2015 del +7,5% rispetto al 2014), e anche nella sicurezza alimentare: lo 0,3% dei prodotti presenta residui chimici, quota inferiore di 5 volte rispetto alla media europea (1,5%) e di quasi 20 volte di quella dei prodotti extracomunitari (5,7%). [Fonte: http://www.symbola.net/assets/files/Symbola_10selfie2017_ONLINE_DEF_170117_1484816663.pdf]

[11] L’Italia è uno dei cinque paesi al mondo a vantare un surplus manifatturiero superiore a 100 miliardi di €. Questo dato testimonia il ruolo di spicco dell’industria italiana nel panorama internazionale, ma anche la capacità delle nostre imprese di competere nei mercati globali. Nel 2015, infatti, il surplus commerciale manifatturiero con l’estero era di 103,8 miliardi di €, ed è inferiore solo a Cina (1.062,1 miliardi), Germania (362,3 miliardi), Corea del Sud (201,8 miliardi) e Giappone (174,7 miliardi). L’Italia, inoltre, performa meglio di Francia (-33,6 miliardi), Regno Unito (-127,6 miliardi) e USA (-683 miliardi). [Fonte: http://www.symbola.net/assets/files/Symbola_10selfie2017_ONLINE_DEF_170117_1484816663.pdf]

[12] Il settore delle Scienze della Vita comprende, essenzialmente, l’industria biotecnologica, farmaceutica e quella della produzione di dispositivi biomedici. È considerato uno dei comparti ad alta tecnologia più promettenti, un possibile motore per la crescita e lo sviluppo complessivo dell'Italia. Di seguito proponiamo una sintesi dei principali risultati ottenuti da ciascun settore:

  • Industria biotecnologica

    • numero imprese: 489, di cui poco più della metà (256) interamente dedicate alla R&S nel comparto del biotech (2015);

    • fatturato complessivo: 9,4 miliardi € (contro i 7,7 miliardi del 2014);

    • investimenti in R&S: 1,8 miliardi € (+20% rispetto al 2014);

    • numero addetti: 9.229 persone, un terzo dei quali impegnato in attività di R&S.

    • Quota spesa R&S su fatturato: è 2,3 volte maggiore nel biotech rispetto al valore registrato nel comparto manifatturiero;

  • Industria farmaceutica

    • fatturato complessivo: 30 miliardi € (2015). L’Italia, a livello europeo, si colloca al secondo posto dopo la Germania; 

    • export: 72% del fatturato. Le esportazioni sono aumentate del +50% dal 2010 al 2014;

    • numero addetti: 63.500 addetti altamente qualificati (il 90% dei quali ha conseguito una laurea o un diploma); 

    • investimenti in R&S: 1,4 miliardi €.

  • Industria biomedicale

    • numero imprese: 4.368;

    • fatturato medio: 5 milioni €;

    • numero addetti: 70.000;

    • investimenti in R&S: 500 milioni €.

 [Fonte: http://www.clusteralisei.it/wp-content/uploads/2016/09/Ambrosetti_Life_science_final.pdf]